Benvenuti nel mio mondo fatto di fantasia, creatività, libero pensiero, nel rispetto di tutto e di tutti......divido con voi le mie esperienze, le mie sensazioni e i miei pensieri ......piu' profondi!

Non so se riuscirò o mi sarà concesso di chiudere "il cerchio", "disegnandolo sulla grande tela della vita". So di per certo però, che qualunque cosa accadrà nel mio percorso di vita futura, le parole, i pensieri, i racconti e le riflessioni, qui riposti, rimarranno, spero, come spunto e stimolo di riflessione per chiunque li leggerà.

lunedì 18 maggio 2009

30 - Camm'nann pu pajeise

CAMM'NANN PU PAJEISE (di Antonio Filidoro)

Tra stràde e strett'l du pajeise meje,
addó ogni prete tene na storije,
tra fatt passàte e p'nzire d' fantaseje
m' n' vache a la scupert d' la m'morije.
Da u subbuglie d' la veita cittadeine,
èje, paisane mizz fr'stire e p'nziunate,
p' na r'mpatriaíte d' veita g'nueine
so' v'noute au pajeise addò so’ nate.

Tutt i jurn p' Sand'Andreje, la Chiazzodd e la Chiazza Nova
m' n' ‘nghiangh facenn tutt la via nova,
po’ vache p’ rr suppind e la fundàne
fin’ a mond au nuve riòne
e tra la gend d’ vecchie e nova g’nerazióne
m’ gode tutta la veita paisane.
Scenne attòrn au pajeise, m'aggeire
pu Massaróne, San Giuuann, Santa Mareje,
e scenn scenn jè tutt nu r'speire
d' veita sempl'ce e d'armuneje.
Spéss me n' vache pu Gravattòne
o p' rr strett'l d- Sand N'cole
addò u prugress ha purtate la telev'sióne
ma s' camb ancóre ind na camera sole,
e jè nu piacere custatà
ca ind a quere strett'l, proprie ddà
la famiglije jè ancore famigiije
e la truve dréte na mezza port
ca s' spart ru pane e s' cuns'glije
e ch' d'core la m'serije s' support...
Vacanz d'aúst d' piacevule jurnàte
passate lundane da la veita c'ttadeine
fatta d' stravìzie e d' famiglie d'sastràte,
jè nu piacere camhà 'mmizz a la gend g'nueine!
Acch'ssé, scenn scenn a la scupert d' la memorie
m' n'addone ca u futoure d' la storije
jè proprije dda, 'mmizz au popule sane
d' la sempl'ce veita paisàne.


CAMMINANDO PER IL PAESE
Tra strade e vicoli del mio paese, dove ogni pietra ha una storia, tra fatti passati e pensieri di fantasia, me ne vado alla scoperta della memoria.

Dal subbuglio della vita cittadina io, paesano mezzo forestiero e ormai pensionato, per una rimpatriata di vita genuina sono venuto al paese dove son nato.

Tutti i giorni, per Sant'Andrea(1), la Piazzetta(2) e la Piazza Nuova(3) me ne salgo attraversando tutto il corso; poi vado per i portici(4) e la fontana(5) fino al nuovo rione(6) e tra la gente di vecchia e nuova generazione, mi godo tutta la vita paesana.




Andando in giro per il paese, per il Massarone(7), San Giovanni(8) e Santa Maria(9), in giro è tutto un respiro di vita semplice e d'armonia.
Spesso me ne vado per il Gravatone(10) o per i vicoletti di San Nicola(11), dove i1 progresso ha portato la televisione, ma dove la gente vive ancora in una sola stanza ed è un piacere constatare che entro quei vicoli, proprio lì la famiglia è ancora famiglia e la trovi dietro una mezza porta che si divide il pane e si consiglia e con decoro si sopporta la miseria.
Vacanze di piacevoli giornate di agosto, passate lontane dalla vita cittadina, fatta di stravizi e di famiglie disastrate: è un piacere vivere in mezzo alla gente genuina!
Così, andando alla scoperta della memoria, me ne accorgo che il futuro della storia è proprio lì, in mezzo al popolo sano della semplice vita paesana.


(1)- La Cattedrale
(2)- Fontana medievale di Messer Oto
(3)- Piazza Orazio
(4)- Piazza Castello
(5)- Fontana Angioina in piazza castello
(6)- Piazza Dante
(7)- Quartiere del centro storico al termine di via Garibaldi
(8)- Quartiere del centro storico alla metà di via Garibaldi
(9)- Piazza Ninni
(10)- Quartiere medievale del centro storico a sud-est della città
(11)- Quartiere medievale del centro storico nei pressi di via Roma

sabato 16 maggio 2009

29 - Quando ti chiedi cos'è l'amore

Quando ti chiedi cos'è l'amore,
immagina due mani ardenti
che si incontrano,
due sguardi perduti l'uno nell'altro,
due cuori che tremano
di fronte all'immensità
di un sentimento,
e poche parole
per rendere eterno un istante.
~ Alan Douar ~

venerdì 15 maggio 2009

28 - L' immagine di Dio

Le immagini di Dio e la fede cristiana

«Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza» (Card. JOSEPH RATZINGER, Introduzione al Compendio, 2005).

Le immagini facilitano l’accesso, la comprensione e la trasmissione di contenuti a persone appartenenti a lingue, età e culture diverse: sono facilmente leggibili e, pertanto, rispetto alla parola e allo scritto, raggiungono un maggior numero di persone. Questo è stato l’elemento unificante che ha portato committenti e artisti di tutte le epoche a privilegiare l’aspetto iconografico nella trasmissione del sapere, compreso quello religioso, che nella sua funzione didattica ha arricchito di bellissime immagini le già splendide architetture delle chiese.

Su quali fondamenti si basano le immagini religiose?
Le immagini religiose hanno vari fondamenti complementari:

Fondamento antropologico:

In quanto essere unitario, e cioè costituito di corpo e anima, l’uomo si esprime attraverso segni, parole, gesti, simboli. Egli percepisce le stesse realtà spirituali attraverso segni e simboli materiali. Dante nel Paradiso (Canto 4, versi 42-46) afferma che l’intelletto non può afferrare la vera natura di Dio senza l’uso dei sensi.
«Nella vita umana segni e simboli occupano un posto importante. In quanto essere corporale e spirituale insieme, l’uomo esprime e percepisce le realtà spirituali attraverso segni e simboli materiali. In quanto essere sociale, l’uomo ha bisogno di segni e di simboli per comunicare con gli altri per mezzo del linguaggio, di gesti, di azioni. La stessa cosa avviene nella sua relazione con Dio» (CCC, 1146).

Fondamento sociologico
1) In quanto essere sociale, bisognoso e desideroso di relazionarsi agli altri, l’uomo ha bisogno di comunicare con gli altri, e lo fa per mezzo del linguaggio, di gesti, di azioni, di immagini.
2) Per di più oggi viviamo in un mondo particolarmente attento alle immagini, le quali hanno un ruolo particolarmente rilevante nella vita della persona e della società. Non per nulla si parla di civiltà dell’immagine per indicare la società attuale, ed è il motivo per cui, oggi più che mai, nella civiltà dell’immagine, l’immagine sacra può “esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico” (Card. Joseph Ratzinger, Introduzione al Compendio del CCC).







Fondamento teologico:
1) Esiste una stretta relazione tra il mondo creato e Dio il suo creatore. Il mondo, nella visione cristiana, infatti è stato creato da Dio, che ha voluto così manifestare e comunicare la sua bontà, verità e bellezza. Pertanto Dio parla all’uomo attraverso la creazione visibile, la quale è un riflesso, sia pure limitato, dell’infinita perfezione di Dio. Il fine ultimo della creazione è che Dio, in Cristo, possa essere “tutto in tutti” (1Cor 15,28), per la sua gloria e per la nostra felicità» (Compendio, 53). «Ogni cosa deve la propria esistenza a Dio, dal quale riceve la propria bontà e perfezione, le proprie leggi e il proprio posto nell’universo» (Compendio, 62).
2) L’uomo è stato creato a immagine di Dio. L’uomo stesso è il simulacro di Dio. E dunque per conoscere Dio, l’uomo ha a disposizione se stesso: conoscendo maggiormente se stesso nel suo essere immagine di Dio e nel suo agire conformemente a tale immagine, conosce maggiormente Dio. E nello stesso tempo, è anche altrettanto vero che conoscendo Dio nel suo essere e nelle sue opere, l’uomo conosce maggiormente anche se stesso.
3) Dio si è reso visibile in Gesù Cristo. Essendo Egli il Figlio Unigenito di Dio, unito intimamente a Dio Padre - “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30). Egli ci fa conoscere in maniera piena, perfetta e definitiva Dio Padre: “Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9). Gesù Cristo è l’Immagine perfetta visibile del Dio invisibile.
“Un tempo, Dio, non avendo né corpo né figura, non poteva in alcun modo essere rappresentato da una immagine. Ma ora che si è fatto vedere nella carne e che ha vissuto con gli uomini, posso fare una immagine di ciò che ho visto di Dio” (San Giovanni Damasceno, De sacris imaginibus oratio, 1, 16: PTS 17, 89 e 92). Dunque l’Incarnazione di Cristo giustifica nel cristianesimo il realizzare, il possedere, il venerare le immagini religiose.



Gesù ha utilizzato segni e simboli umani per esprimere il divino?

Gesù, oltre che essere Egli stesso Colui nel quale si rende presente e visibile Dio, si serve spesso, nel suo predicare e operare qui sulla terra duemila anni fa, delle realtà provenienti dalla creazione per far conoscere, annunciare e comunicare i misteri del regno di Dio. Si pensi anche solo al significato simbolico delle sue parabole e dei suoi miracoli. Cristo inoltre ha utilizzato elementi e segni provenienti dal mondo per istituire i Sacramenti della Chiesa.

L’immagine umana è limitata rispetto al divino
Certamente occorre ricordare che qualunque immagine materiale non potrà mai esprimere pienamente l’ineffabile mistero di Dio: la realtà significata (religiosa, spirituale) supera sempre l’immagine umana. Tuttavia qualcosa di questo mistero l’elemento materiale lo fa realmente intuire e percepire.

E nello stesso tempo ci offre un anticipo della trasfigurazione che, alla fine di tutti i tempi, il mondo intero riceverà da Dio. Gli aspetti profani, nel momento in cui diventano veicolo di trasmissione di contenuti religiosi, vengono sì colti e rappresentati nei loro aspetti positivi; ma nello stesso tempo hanno bisogno di essere purificati, e soprattutto di essere arricchiti e completati. E ciò avviene con i contenuti cristiani, che le immagini contengono e trasmettono. In tal senso anche le mitologie e le favole popolari sono assunte, purificate e trasfigurate dalla Fede cristiana, per diventare immagini religiose.

Quale scopo hanno le immagini religiose, i santini?

Le immagini religiose:
1) facilitano l’accesso, la comprensione e la trasmissione di contenuti a persone appartenenti a lingue, età e culture diverse: sono facilmente leggibili e, pertanto, rispetto alla parola e allo scritto, raggiungono un maggior numero di persone.
2) Se viste, capite, interpretate, gustate con la visione particolare che proviene dalla Fede cristiana è possibile allora cogliere il particolare messaggio catechistico, che gli artisti hanno voluto trasmettere con le immagini religios












In che senso le immagini hanno una finalità catechistica?
Poiché esiste una stretta correlazione tra l’immagine e il simbolo, e tra il mondo visibile e quello invisibile, diventa logico e giustificato l’annunciare il mistero di Dio servendosi di immagini simboliche. Si comprende così il fiorire, lungo i secoli, dell’iconografia cristiana, dove l’intento evangelizzante e catechistico s’accompagna, anzi s’intreccia strettamente con l’aspetto pittorico ed estetico.

Attraverso l’immagine si vuol trascrivere il messaggio evangelico, che la Sacra Scrittura trasmette attraverso la Parola. “Dalla secolare tradizione conciliare apprendiamo che anche l’immagine è predicazione evangelica” (Card. Joseph Ratzinger, Introduzione al Compendio del CCC).
Anzi la storia ci insegna che i cristiani, per annunciare il messaggio evangelico e catechizzare le persone, si sono serviti in una maniera speciale della cosiddetta Biblia pauperum, e cioè delle immagini, dei catechismi visivi, catechismi fatti di immagini e di rappresentazioni iconografiche, prima ancora dei catechismi scritti.

“Immagine e parola s’illuminano così a vicenda".
L’arte «parla» sempre, almeno implicitamente, del divino, della bellezza infinita di Dio, riflessa nell’Icona per eccellenza: Cristo Signore, Immagine del Dio invisibile. Le immagini sacre, con la loro bellezza, sono anch’esse annuncio evangelico ed esprimono lo splendore della verità cattolica, mostrando la suprema armonia tra il buono e il bello, tra la via veritatis e la via pulchritudinis. Mentre testimoniano la secolare e feconda tradizione dell’arte cristiana, sollecitano tutti, credenti e non, alla scoperta e alla contemplazione del fascino inesauribile del mistero della Redenzione, dando sempre nuovo impulso al vivace processo della sua inculturazione nel tempo” (Papa Benedetto XVI, Discorso di presentazione del Compendio alla Chiesa e al mondo, 28-6-05). Sono una forma particolare di catechesi popolare, libri aperti senza parole per tutti, un ponte tra il fedele e il mistero, mentre adornano, decorano gli spazi sacri, rendendolo più accoglienti e invitanti alla preghiera.


Le immagini religiose in che rapporto stanno con Cristo?
Nell’iconografia cristiana tutte le immagini hanno come finalità principale quella di annunciare la persona, il messaggio, l’opera di Cristo, essendo Lui il Rivelatore perfetto di Dio Padre e il Salvatore unico e definitivo dell’uomo e del mondo. “L’immagine di Cristo è l’icona per eccellenza. Le altre, che rappresentano la Madonna e i Santi, significano Cristo, che in loro è glorificato” (Compendio, n. 240), e, annunciando Cristo, aiutano a far nascere e crescere la fede e l’amore verso di Lui. Venerare i Santi significa riconoscere che Dio è la fonte, il centro e il culmine della loro santità: i Santi hanno accolto, con l’aiuto dello Spirito Santo, la santità di Dio nella fede e a tale santità divina hanno docilmente corrisposto con una vita santa, seguendo e imitando Cristo, l’immagine per eccellenza del Dio invisibile.

I santini della Pasqua sono in particolare collegati con l’evento principale della vita del Cristo, nonchè il pilastro fondamentale della nostra fede: la Sua Morte e Risurrezione. Ci aiutano quindi a comprendere meglio i vari e complementari momenti di tale evento, cogliendone il significato profondo salvifico, per noi e per l’intera umanità.

Chi veneriamo nell’immagine?
Il cristiano venera:
1) non l’immagine in se stessa, la quale è semplicemente un oggetto materiale (una statua, un’immagine, un simbolo, un amuleto): se si venerasse l’oggetto, si cadrebbe nell’idolatria;
2) ma colui che l’immagine intende rappresentare, la ‘Persona’ che le immagini riproducono: Gesù Cristo, la Madonna, i Santi. ( Il mio papà mi diceva: “avendo in casa una foto dei nostri cari defunti ne manteniamo il loro ricordo e il ricordo di ciò che hanno fatto di buono per noi; questo vuol dire che la foto li rappresenta” - Saggezza contadina).In effetti, “l’onore reso ad un’immagine appartiene a chi vi è rappresentato” e “chi venera l’immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto” (San Basilio Magno, Liber de Spiritu Sancto, 18, 45: SC 17bis, 406). L’onore tributato alle sacre immagini è una “venerazione rispettosa”, non un’adorazione che conviene solo a Dio: “Gli atti di culto non sono rivolti alle immagini considerate in se stesse, ma in quanto servono a raffigurare il Dio incarnato. Ora, il moto che si volge all’immagine in quanto immagine, non si ferma su di essa, ma tende alla realtà che essa rappresenta” (San Tommaso D’Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 81, a. 3, ad 3).

Le immagini sono anche un invito alla preghiera?
Certamente. L’arte e l’iconografia cristiana, oltre che essere strumenti al servizio dell’evangelizzazione e della catechesi, sono sempre stati e lo sono tutt’ora anche un invito alla preghiera: “La bellezza e il colore delle immagini sono uno stimolo per la mia preghiera. È una festa per i miei occhi, così come lo spettacolo della campagna apre il mio cuore a rendere gloria a Dio” (San Giovanni Damasceno, De sacris imaginibus oratio 1, 47). La contemplazione delle sacre immagini, unita all’ascolto della Parola di Dio, aiuta a imprimere nella memoria del cuore il mistero che viene percepito, sollecitando a trasformarlo in preghiera e a testimoniarlo in quella novità di vita, che proviene dalla Fede cristiana e che ha il suo centro in Cristo.

mercoledì 13 maggio 2009

27 - “VAE VICTIS”

1860 - 1870: il brigantaggio lucanoIl "vae victis" - "Guai ai vinti" di Brenna non è soltanto un aneddoto storico, è una costante nella storia dell'umanità. I vinti passeranno alla storia sempre e soltanto attraverso le pagine scritti dai vincitori e dovranno sempre giustificare il perché si siano battuti "per la parte sbagliata".

Questa è una storia capitatomi casualmente tra le mani. Una storia che nessuno conosce. Una storia mai scritta, una storia che parla di un tragico episodio accaduto subito dopo l’unità d’Italia,
un drammatico fatto accaduto a Venosa (PZ) un episodio mai comparso e menzionato in nessun libro di storia, ma che ora voglio raccontare.

Nel 1861 tre fratelli di Venosa si rifiutarono di arruolarsi o di prestare servizio militare, divenuto ormai obbligatorio, tra le fila del neo esercito italiano, per non essere arrestati come disertori si diedero alla macchia, si rifugiarono nei boschi, diventando così “briganti”, aggregandosi alla banda del “famigerato” brigante Crocco, al secolo Carmine Donatelli, originario di Rionero, il quale alla testa di alcune centinaia di uomini, dominava la zona della Basilicata e del Melfese.
Le bande dei briganti, imbracciando armi di ogni sorta, attrezzi agricoli e vecchi fucili, si fecero sempre più numerose e agguerrite e quindi sempre più pericolose.

All’alba del 21 gennaio, festa di S. Agnese, a pochi passi da Venosa, i soldati tennero un’imboscata ad una delle bande del Crocco ed i tre fratelli furono trucidati. Portati in città i loro corpi furono esibiti ed esposti come trofei al centro della piazza, a monito di quanti avevano ancora delle idee di ribellione. A ricordo di questa storia gli (*)Stormy Six nel loro albun del 1972 hanno proposto una canzone: "I tre fratelli di Venosa", appunto.


Il 7 aprile del 1861 i "briganti" escono dai boschi del Vulture e di Lagopesole, si uniscono ai contadini dei latifondi del principe Doria e, adorni delle coccarde rosse della rivolta contadina e di lenzuoli bianchi (vessilli borbonici), ne invadono le terre. Centinaia di donne e di bambini li precedono. Imbracciano armi rudimentali come bastoni e forche, poi arrivano gli uomini, armati di vanghe, attrezzi agricoli e vecchi fucili, si scagliano contro l’esercito piemontese.


Molte volte mi sono chiesto il motivo di tanta ostilità nei confronti del governo piemontese. Perché la gente preferiva fuggire nei boschi e vivere clandestinamente piuttosto che vivere nelle loro case. Voglio proporre una breve analisi della situazione socio-economica e politica di quegli anni, prima e dopo l’unità d’Italia.

Il vecchio regime borbonico era caduto per l'iniziativa garibaldina di tipo rivoluzionario che aveva alimentato nelle masse meridionali concrete speranze di un radicale rinnovamento della società locale, ma il nuovo governo che nel 1861 prese le redini del potere era l'espressione della borghesia, quella Destra storica che affrontò la questione meridionale con un patto di alleanza fra i ricchi possidenti del Nord e i proprietari terrieri del Sud, eludendo la promessa della tanto agognata riforma agraria che doveva destinare la terra ai contadini.

Brigante, si dice bonariamente di un individuo dall'elasticità morale comprovata che non esita per il proprio tornaconto a ricorrere a furberie di ogni genere pur di condurre l'acqua al suo mulino. Il termine, attualmente usato soprattutto per stigmatizzare la condotta riprovevole di una persona in campo sentimentale, nel secolo scorso indicava l'appartenenza a una delle numerose bande che, in un arco temporale ristretto, dal 1860 al 1865, imperversarono nel Sud dell'Italia dando vita a quel fenomeno dalle implicazioni sociali e politiche classificato dagli storici sotto l'etichetta di "Brigantaggio meridionale".

Ma chi erano i briganti?
Gruppi di malfattori riuniti in una zona delimitata e disciplinati sotto l'autorità di un capo che attentavano con le armi in pugno alle persone e alle proprietà. Razziatori, ladri, delinquenti o, come si direbbe oggi, tutti coloro che agendo al di fuori della legalità appartengono alla cosiddetta malavita organizzata. Ma anche se i metodi e le "imprese" non differivano da quelli della delinquenza comune, la connessione finiva lì. Il brigantaggio, infatti, a cominciare dalla sua durata che si manifestava per poi estinguersi in un periodo di tempo definito, si è sempre discostato, almeno per le cause da cui trae origine, dal banditismo fine a se stesso ed è sempre stato l'espressione di un profondo disagio socio-economico.

I briganti, ovviamente, godevano dell'incondizionata simpatia delle masse rurali che li identificavano alla stregua di veri e propri eroi, una specie di ottocenteschi Robin Hood paladini di una Dea Giustizia che brandiva la spada contro i soprusi dei ricchi e il pericolo costituito dalle autoritarie imposizioni del nuovo padrone, il Regno d'Italia.

Forti degli appoggi tangibili forniti dalla corrente reazionaria borbonica e a volte addirittura da quegli stessi proprietari terrieri che essi depredavano, ma che avevano accolto con sospetto l'arrivo della dominazione sabauda, i fuorilegge potevano contare anche sull'aiuto della Chiesa
In virtù di quella ufficiosa connivenza i briganti potevano trovare riparo nei conventi e sfuggire alla cattura nel caso in cui la loro sortita contro le truppe regolari si fosse risolta in un frettoloso ripiegamento.

La situazione politico-economica delle Due Sicilie

Gli eventi del 1860-61 (dopo un susseguirsi di occupazioni violente: dai barbari ai normanni, agli svevi, agli angioini e agli aragonesi) vennero accolti dalla popolazione come un ennesimo episodio di sopraffazione e di assoggettamento: il governo piemontese appariva, in definitiva, un altro usurpatore. Quando vennero chiamati a votare per il plebiscito di annessione al Piemonte, molti credettero veramente di andare verso la libertà.Ma poi l'egoismo e l'arroganza dei padroni (subito passati dall'altra parte per "tenere tutto") legittimarono non solo la nuova amministrazione statale, ma si arricchirono ancora di più quando ci furono le vendite dei beni della Chiesa e del Demanio.
Le strutture politiche ed amministrative del Regno erano ormai decrepite; l'economia delle zone interne ferma; le strade poche ed inadeguate; le libertà personali e politiche erano inesistenti e la polizia potentissima e vessatoria; la situazione sociale era precaria per la povertà dei contadini e l'arretratezza del sistema agrario. Le riforme agrarie promosse dai Borbone erano state boicottate e, negli effetti, ridimensionate da una potentissima aristocrazia terriera, rapace ed inefficiente, attaccatissima ai propri privilegi, tanto da passare immediatamente dalla parte dei nuovi padroni, i Savoia, pur di conservarli. Tutto ciò era aggravato dalle scarse qualità politiche degli uomini che circondavano il Re.

La situazione politico-economica del governo sabaudo

Nel 1860, alla caduta del regime borbonico sconfitto dall'esercito dei volontari garibaldini, il Meridione veniva annesso di fatto agli altri Stati già sotto il dominio di Casa Savoia e si presentò all'appuntamento unitario in condizioni di profonda arretratezza e di grande squilibrio sociale. Nella vasta zona dello Stato pre-unitario popolata da oltre 7.000.000 di abitanti, quasi un terzo della popolazione globale italiana dell'epoca, la distribuzione della ricchezza che traeva la sua unica fonte dalla produzione agricola era iniquamente spartita fra un ristrettissimo numero di latifondisti mentre la massa di braccianti agricoli era ridotta alla fame. Le premesse per una rivolta popolare erano già nell'aria fomentate dalla propaganda borbonica che incitava le masse dei diseredati a considerare i conquistatori piemontesi come il nuovo nemico da combattere e nell'autunno del 1860 una violenta guerriglia sfociò in tutta la parte continentale dell'ex Regno delle due Sicilie, con una diffusione massiccia nell'area compresa tra l'Irpinia, la Basilicata, il Casertano e la Puglia. Capitanati da ex braccianti, disertori, ex soldati borbonici e garibaldini, decine di migliaia di ribelli si diedero alla macchia rifugiandosi nelle zone montuose più impervie e inaccessibili per dare inizio a una guerriglia condotta su un duplice fronte, quello delle incursioni per razziare e depredare i ricchi proprietari terrieri, e quello sul piano squisitamente militare contro l'esercito piemontese.
La realtà apparve ben presto in tutte le sue sfaccettature negative per il popolino: le strutture economiche e sociali rimasero immutate mentre faceva capolino un nuovo nemico agli occhi delle masse di diseredati. Lo Stato forte dell'Italia unificata imponeva una rigida centralità amministrativa introducendo pesanti balzelli che andavano a gravare sul capo dei più deboli, l'insopportabile ingerenza dei prefetti di polizia e la norma della ferma militare obbligatoria, particolarmente invisa alle popolazioni povere del Sud. A tutto ciò andava aggiunta l'incapacità da parte della Destra conservatrice di affrontare la questione del Mezzogiorno focalizzando come esigenza primaria la questione sociale che fu invece la vera molla scatenante dell'esplosione di quel gravissimo fenomeno di rivolta popolare noto come brigantaggio meridionale.

Il fenomeno del brigantaggio


Si calcola che le bande di briganti siano state oltre 350 e che schierarono in campo decine di migliaia di ribelli "prelevati" con la persuasione o con la forza dall'immenso serbatoio delle masse contadine. Le "formazioni" erano comandate da capi dal nome leggendario come Crocco, La Gala, Pasquale Romano, Caruso, Luigi Alonzi, Gaetano Manzo, Tranchella.
Crocco, al secolo Carmine Donatelli, era originario di Rionero e dominava la zona della Basilicata e del Melfese. Si diede alla macchia nei boschi del Vulture seguito da un manipolo di compagni di sventura e divenne un temuto fuorilegge. Le sue file ben presto si ingrossarono e Crocco si mise a disposizione dei reazionari borbonici da cui ricevette assistenza e sovvenzioni. La sua banda nutrita e compatta impegnò in durissimi scontri le truppe regolari piemontesi.
Fin dai primi mesi del 1860, il fenomeno del brigantaggio assunse dimensioni dilaganti e costrinse i piemontesi a portare il numero dei soldati nel Sud. La lotta armata fra briganti meridionali e truppe dell'esercito regolare in cinque anni fece un'ecatombe di vittime assumendo le proporzioni di una guerra civile.
Occorsero misure severissime di pubblica sicurezza per stroncare definitivamente il brigantaggio e fu determinante al riguardo la "Legge Pica" del 15 agosto 1863, che sottopose alla giurisdizione militare le zone di maggiore attività dei banditi. Venne proclamato lo stato d'assedio, con rastrellamenti di renitenti alla leva, di sospetti, di evasi e pregiudicati. Le rappresaglie furono atroci e sanguinose da entrambe le parti e spesso le masse furono coinvolte loro malgrado negli scontri pagando con la distruzione di interi villaggi e le fucilazioni senza processo di centinaia di contadini ritenuti a torto fiancheggiatori dei briganti.
I briganti in realtà chi sono?
Gli stessi storici sono stati costretti ad ammettere che la tanto vituperata "ferocia sanguinaria" dei cosiddetti briganti è dovuta alle piccole bande di malfattori, che vivono come parassite ai margini delle grandi bande legittimiste. Formate per lo più da delinquenti comuni, approfittano del caos di quei tempi burrascosi per meglio perpetrare i loro delitti, ammantandoli di una falsa coloritura politica.Le razzie, i saccheggi, le uccisioni e i sequestri compiuti anche dalle bande legittimiste rispondono quasi sempre alle tragiche necessità della guerriglia e dell'autofinanziamento. Il segreto del successo per cui i ribelli tengono per così lungo tempo in scacco notevoli forze avversarie sta nella perfetta conoscenza del terreno, nella loro straordinaria mobilità, nella copertura, che spesso rasenta la complicità, delle popolazioni. Non solo le montagne e i boschi della Lucania, luoghi naturalmente elettivi per ogni forma di guerriglia, sono teatro delle loro gesta. Anche in campo aperto, come le vasti distese della Puglia, i legittimisti dimostrano un buona padronanza della tattica militare, tanto da impegnare in combattimenti frontali interi reparti della cavalleria sabauda.

I briganti, quindi, non furono "criminali comuni", come pensò la maggioranza degli italiani, ma un esercito di ribelli che, all'infuori della violenza privata, non conoscevano altra forma di lotta. Tenuti per secoli nell'ignoranza e nella miseria, i contadini meridionali non avevano ancora maturato una conoscenza politica dei loro diritti e non riuscivano ad immaginare alcuna prospettiva di cambiamento attraverso i mezzi legali. Questa sfiducia in ogni forma di protesta e di lotta organizzata fu il nucleo della vera "Questione meridionale". L'esteso fenomeno del brigantaggio ne fu solo una drammatica conseguenza.
Lo Stato italiano rispose con una vera e propria guerra a questa rivolta sociale che, nelle sue manifestazioni ampie, durò oltre quattro anni: alle truppe già stanziate nel Sud al comando del generale Cialdini, il governo ne aggiunse altre, cosicché, nel 1863 ben 120.000 soldati erano impegnati nella lotta al brigantaggio: quasi la metà dell'esercito italiano (il che significa che non erano quattro balordi ma un popolo!)
Nello stesso anno venne dichiarata la legge marziale: processi sommari fucilazioni, incendi e saccheggi furono gli strumenti impiegati da Cialdini nell'opera di repressione, non solo contro i briganti, ma contro tutti i loro fiancheggiatori. Migliaia di morti in scontri armati e altrettante pene capitali o alla prigione a vita furono il tragico bilancio finale. Nel 1865 il brigantaggio era stato praticamente sconfitto. Lo stato aveva vinto la sua guerra, ma compiendo proprio gli errori che Cavour aveva cercato di scongiurare. Dopo la repressione e la legge marziale, la frattura tra il Sud ed il resto dell'Italia non fece che approfondirsi.Le classi povere, soprattutto contadine, immaginarono spesso i briganti come degli eroi popolari e anche nella stampa dell'epoca furono proposte figure di briganti "buoni".

Reclutamento nel regno borbonico

L'Esercito Borbonico si alimentava normalmente con la leva. Inoltre arruolava volontari provenienti sia dalla vita civile che fra i soldati a fine ferma.Era previsto che i coscritti prestassero cinque anni di servizio attivo e poi cinque anni nella riserva, alle proprie case, con l'obbligo di ripresentarsi alle armi in caso di bisogno. Il coscritto poteva scegliere di prestare servizio attivo di otto anni, senza passare poi nella riserva. Era il Re a fissare il numero dei coscritti da chiamare alle armi ogni anno. Questo numero era proporzionalmente ripartito tra tutti i comuni del Regno, ad eccezione di quelli siciliani che erano esenti dalla leva. Erano di volta in volta assoggettati alla leva i giovani che in quell'anno erano compresi tra i 18 e i 25 anni. Ogni comune estraeva a sorte il numero di nomi previsto per quell'anno, inviando, poi, nel capoluogo di provincia i giovani prescelti che, superate le visite mediche del consiglio di leva, dovevano raggiungere la compagnia deposito del corpo a cui erano stati assegnati, dove venivano addestrati per circa sei mesi. Le reclute dovevano risultare di sana e robusta costituzione ed essere alte almeno cinque piedi (circa m. 1,62). Il giovane estratto poteva essere sostituito da un fratello o da un parente con le stesse qualità fisiche; poteva anche effettuare lo scambio con un altro giovane della stessa leva, però l'anno successivo sarebbe stato sottoposto nuovamente al sorteggio se entro i limiti di età. Infine era prevista l'esenzione mediante un cambio, da prendersi a pagamento tra i soldati in congedo o tra i giovani esenti dall'obbligo di leva. La cifra era, però, alla portata di pochi: 240 ducati, cioè circa sei milioni di lire nel 1995, da consegnare al sostituto. In ogni caso le popolazioni delle Due Sicilie si erano gradualmente abituate alla coscrizione, tanto che nel 1860 i renitenti alla leva erano un numero irrilevante.Esisteva anche l'arruolamento volontario con una ferma di otto anni per i sudditi delle Due Sicilie e di quattro per gli stranieri. I volontari usufruivano di un premio di ingaggio e, insieme ai coscritti, avevano la possibilità si raffermarsi per altri otto anni o, in alternativa, per quattro o per due.


I tre fratelli di Venosa
Faceva molto caldo in Lucania
nel Luglio ottocentosessantuno
e la gente si sentiva già tradita
da un'Italia non voluta e non capita
Quel fucile alzato al cielo e mai usato
non è pronto per Vittorio Emanuele
tre fratelli contadini di Venosa
si rifiutano di metter la divisa.
Con le foglie dell'autunno sulla strada
è difficile seguire i loro passi
già si è sparsa qua e là la loro fama
coi briganti hann firmato un proclama:
"Contadini rimasti sulla terra
non avrete proprio nulla da temere,
su nei boschi siamo tanti e bene armati
e i soprusi saranno vendicati"
Con il freddo dell'inverno nelle ossa
e la voglia del fuoco di un camino
i fratelli contadini sono stanchi
e camminano nel chiaro del mattino
Il ventuno di gennaio S.Agnese
i soldati hanno teso un'imboscata
li hanno uccisi a un chilometro da casa
li hann portati sulla piazza di Venosa




(*)Gli Stormy Six sono stati un gruppo musicale italiano, costituitosi a Milano nel 1966 e scioltosi nel 1983. Nel 1972 con una repentina virata nel mare delle tendenze musicali dell'epoca, viene approntato L'unità, concept album che rilegge in chiave storico-critica l'unità d'Italia e "I tre fratelli di Venosa" ne è uno dei brani dell'album.

domenica 10 maggio 2009

26 - Una mamma speciale


La cura che hai avuto per i tuoi figli è stata esemplare.
Ti sei sempre dedicata a loro con amore e tanto sacrificio per tutto quello che hai fatto.
Grazie a te mamma dei miei figli.

Un augurio a tutte le mamme del mondo.

sabato 9 maggio 2009

25 - La partita a scacchi

Spesso ci sentiamo dire che la vita è come una partita a scacchi e purtroppo molto più spesso capita che uno si chiede cosa significa! Beh, non nascondo che a volte mi chiedo anch'io se poi è così oppure che gli scacchi sono il gioco più simile alla vita e cioè una battaglia continua contro se stessi e contro il mondo (che per me è la stessa cosa).
Ultimamente ci pensavo e mi chiedevo se la vita è un'unica partita a scacchi dove ogni mossa è collegata alle altre e in cui abbiamo una quantità di pezzi indefiniti che possiamo perdere, escluso il Re che resta sempre unico, oppure ogni nostra singola storia nella vita è una partita a sé! Su questo quesito io ho optato per la prima ipotesi perchè per quanto mi sia sforzato di ricordare una storia, anche brevissima, della mia vita che non sia collegata in un modo o nell'altro a tutto ciò che la precede non sono riuscito a trovarne! Ma molto più pensavo al modo in cui tutto questo gioco che è la vita va studiato e analizzato e malgrado molti

penseranno che tutto già si sa e che niente di ciò che dico è una novità, più ho riflettuto sul fatto che spesso si eseguono mosse, creando trappole e facendo movimenti all'apparenza inutili per poter raggiungere il proprio scopo senza però tenere in considerazione i movimenti dei pezzi altrui ed è questo che ci spiazza, ci porta verso la perdita di quell'equilibrio che ci eravamo creati con tanta astuzia e molto spesso ci fa perdere alcuni dei pezzi più importanti, ma come sempre io mi consolo perchè so che i pezzi sono infiniti, tranne il Re e quello c'è una sola signora che può dargli scacco matto e non è permesso a noi.
Ma allora quando si perde un pezzo importante che si fa? Si ricomincia daccapo con altre persone? Si passa ad altre mosse? No, potrebbe cambiare l'obiettivo da raggiungere, potrebbero essere deviati gli interessi verso altri pezzi della scacchiera ma secondo me l'unica cosa da fare è studiare una nuova mossa per riparare al danno subito senza che questo pesi troppo sull'andamento della partita, perchè a sbagliare mossa ci vuole poco e anche a farne una giusta, il difficile è riuscire a riparare, creare ciò che nessuno si aspetta, la sorpresa!!! Nella vita, in amore, nel lavoro, in famiglia! 

Una partita continua dove gli errori ci devono far solo riflettere e reagire e dove le vittorie facili devono metterci in guardia e dove bisogna imparare per prima ad essere obiettivi, riconoscendo i propri errori per poter imparare a non farne altri o almeno a provare non farne di simili.



Un "Matto" ( opera di Sergio Alessandro Ughi) ormai inevitabile, costringe il giocatore bianco alla resa. La giocatrice nera osserva con aria dura ed indifferente lo spettatore mentre il bambino, proiezione di un'auspicabile rinascita spirituale, gioca malinconicamente con l'Alfiere bianco. Il gatto che, assieme agli scacchi, rappresenta l'elemento "magico-simbolico" del quadro, provoca la caduta dei trucchi dalla borsetta della giocatrice, rivelandone così l'autentica natura ipocrita. La lettura del dipinto si presta anche alla più classica allegoria che vuole la giocatrice nera identificata con la morte, tuttavia direi che il quadro lancia solo un timido ammonimento: troppo spesso cioè la consapevolezza di ciò che accade attorno a noi ci illumina solo fuori tempo massimo, ma come ci insegna il "regal giuoco", se non possiamo confutare uno scacco matto, abbiamo comunque il dovere di cominciare un'altra partita.

Questa foto ci richiama esplicitamente al celebre film di Bergman "il settimo sigillo", dove spicca la surreale partita a scacchi tra un cavaliere e la morte. la morte, che gioca con i pezzi neri, con l'inganno sconfiggerà il cavaliere, che invece gioca con i pezzi bianchi, segno di sconfitta sicura, con la chiara allusione al fatto che non ha alcun senso lottare contro l'ineluttabile.

sabato 2 maggio 2009

24 - A PROPOSITO DI PIETÀ POPOLARE...

A PROPOSITO DI PIETÀ POPOLARE...
Sento il dovere di esprimere al popolo venosino (PZ), al quale io appartengo, tutta la necessaria ed insostituibile opera che la “pietas” religiosa ha svolto nel corso dei secoli nella nostra mera­vigliosa città di Venosa, culla della fede cattolica già dalla prima metà del III sec d.C.
A motivo di così lunga tradizione è spontaneo domandarsi:
1) come sarebbe possibile, oggi, pensare ad una pastorale che non tenga più conto della grande valenza pedagogica dovuta al ruolo incisivo, nel corso della storia, della pietà popolare?
2) Come giustificare la sua eventuale omissione dal piano pastorale della Chiesa? 3) Come intendere, oggi la fede completamente avulsa dalla dimensione “sentimentale” tipica della pietà popolare?
4) Come può pretendere la comunità clericale locale di cambiare rotta radicalmente ed improvvisamente al piano pastorale della Chiesa, che l’ha contraddistinta per secoli?

5) Come può pretendere la comunità clericale diocesana, che il popolo tutto di Dio capisca o accetti questi cambiamenti dall’oggi al domani, senza essere “educati” e formati al nuovo corso del Magistero della Chiesa e senza ulteriori spiegazioni plausibili? Penso soprattutto alle persone più anziane e alle “persone povere di spirito” che da sempre hanno praticato la “pietas” religiosa.
6) Può la Chiesa fare a meno di attirare o coinvolgere tutte quelle persone che pur non praticando, “navigano a vista” e che sperano di ricevere da Dio o dalla Chiesa delle risposte precise, alle quali non hanno mai posto delle domande? Può la Chiesa permettersi questi errori?
L'orientamento attuale del Magistero della Chiesa si propone di realizzare la "nuova evangelizzazione" e gli sforzi sono tutti concentrati verso questa direzione. La nuova evangelizzazione non esclude certamente tutto quanto è servito in passato, pietà popolare compresa, per l'an­nuncio di Gesù Cristo.
L' uomo di oggi ha più che mai bisogno di conoscere il Figlio Dio.
E questa la vera sfida! L'umanità, deve necessariamente avvertire l'esigenza di Dio e la presenza di Gesù Cristo nella storia.
I cristiani sono consapevoli che Cristo è il solo capace di offrire una chance che pone l'uomo nella consapevolezza di una verità che lo orienti verso la pienezza di una libertà vera e asso­luta che non lo inganni e non lo illuda dalle facili lusinghe.
L'uomo di oggi, deve recuperare quanto ha perso a motivo di una logica di pensiero imperante e allo stesso tempo deformante, che allontanandolo dalla fede e dalla percezione del buon senso, lo ha reso dio di se stesso. E così è iniziato il suo processo di morte!
La nuova evangelizzazione si pone, dunque, nella logica della conoscenza per un verso e del recupero per l'altro.
Certo, non è facile presupporre o dare per scontato la cono­scenza di Dio; come del resto, non è facile recuperare quanto è andato perso. Questo è un lavoro estremamente difficile e delica­to, ma il dovere morale di ogni credente ce lo impone.


Compito primario ed assoluto della nuova evangelizzazione è quello di annunciare e catechizzare e come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica "la catechesi rappresenta anche il momen­to in cui la pietà popolare può essere vagliata ed educata".
È lecito a questo punto enunciare in modo semplice e chiaro, cosa si intende per pietà popolare.
Facciamo una breve riflessione: "Atteggiamento e comportamento religioso del popolo fedele e praticante. È l'insieme delle pratiche religiose esterne (preghiere, pellegrinaggi, novene, rosari, coroncine, penitenze, medaglie, formule di preghiera, etc.) che la massa dei fedeli compie nel momenti liturgici ufficiali previsti dal calendario, ma anche in altre feste spontanee, imposte dalla tradizione, dove è facile che sconfinino nel magico o nel superstizioso. Potremmo affermare che la pietà popolare con tutti i suoi limiti non vanno trascurati. Può considerarsi come un "itinerario all'evangelizzazione'".
La religiosità e la pietà popolare, così intesa nelle sue molteplici sfaccettature e in tutte le sue contraddizioni, ha portato tantissimi frutti, che produce, comunque la si voglia chiamare: fede; ovvero quando è capace di operare processi di conversione nella vita degli uomini, quando risveglia il “sensus fidelium”, quando auspica la presenza dell'azione dello Spirito nella vita dei credenti, quando educa alla fedeltà a Gesù Cristo e alla Chiesa, quando sprona all'esercizio della carità autentica, quando insegna la speranza...
Diversi sono i valori che la pietà popolare indica a quanti la esercitano.
Tali valori diventano vera ricchezza per la vita delle singole persone e della Chiesa stessa.
Ne citiamo solo alcuni: Essi sono: la spontaneità, l'apertura alla Trascen­denza, la concretezza della vita, la saggezza, la conservazione della memoria, la solidarietà "la quale si riscontra più facilmente tra gli umili, i poveri, i semplici, che sono appunto il soggetto della pietà popolare" .
Concludendo: sarebbe una grave mancanza disconoscere quanto la pietà popolare di buono e utile ha apportato nel vasto e variegato ventaglio della cultura della Rivelazione. Rimane chia­ro e fondamentale, però, che al centro di essa è sempre la perso­na di Gesù Cristo, dalla quale non è possibile prescindere. Egli è il centro e tutto il resto ruota intorno.
Perché i valori della pietà popolare portino frutto è necessa­rio evangelizzarla dal di dentro. Questo implica una certa purifi­cazione dalle tante infrastrutture che impediscono alla vera fede di emergere alla luce della speranza e della carità.


Oggi la comunità ecclesiale venosina e diocesana non può disconoscere tutto il bene ricevuto grazie alle pratiche della pietà popolare.
Nitidi sono i ricordi che attraversano il mio pensiero. Ricordi certamente legati all'età infantile, adolescenziale e giovanile. Nella chiesa del Purgatorio, il popolo di Venosa ha vissuto momenti di intensa esperienza di fede dovuta all'esercizio com­posto della pietà popolare.
Tali esperienze hanno contribuito alla crescita spirituale e morale di ciascun venosino.
Con piacere ricordo la novena di Natale mattutina, i pellegrinaggi ai vari Santuari dell’Incoronata di Foggia, di San Michele del Gargano, con l’ostentazione di stendardi e il corteo processionale de“ i geglje” votivi, (cioè un altarino composto da ceri e da candele con l’icona del santo o della Madonna) fatto tra le vie del paese con preghiere e canti popolari; la rappresentazione della santa Famiglia di Nazaret nella notte del 24 di dicembre, il mese di aprile dedicato alla Madonna Incoronata e “dulcis in fundo” la sacra Reposizione del giovedì santo nella cappella del SS. Sacramento adornata con alberi di aranci e limoni e i “s’bbolch”, cioè i sepolcri, ovvero i semi di grano fatti germogliare al buio a voler indicare il giardino del Getsemani.
La chiesa di San Filippo Neri, o più comunemente del Pur­gatorio, ha appresentato per il popolo venosino, almeno nell'ul­timo cinquantennio e grazie anche al fervore di alcuni sacerdoti, la memoria visiva di una comunità cristiana fortemente legata alle sue tradizioni che trovano espressione anche nell'esercizio della pietà popolare.

Dalla pietà popolare, i ceti meno colti, vale a dire gli umili e i semplici, i poveri e gli ultimi, hanno attinto fede e devozione, sapienza cristiana e saggezza umana, obbedienza alla Chiesa, fedeltà e amore incondizionato a Gesù Cristo e alla Madonna. Oggi, tutto questo è considerato come insegnamento sublime per la conoscenza delle cose di Dio. Le nuove generazioni, orgogliose di un passato così denso di fede, potranno beneficiare di sì tanto patrimonio depositato dai nostri avi.
Attraverso un magistero popolare intriso di sentimenti nobili e buoni è possibile un approccio sereno e cordiale, pacifico e fecondo, per un confronto costante con la Parola di Dio, con la tradizione dei Padri, con la presenza salvifica della Chiesa di Gesù Cristo nella storia e del suo impareggiabile Magistero.